
XI
“Il Signore tuona sulle acque,
il Dio della gloria scatena il tuono,
il Signore, sull’immensità delle acque”
(Salmo 28, 3)
Il porto di Cabourg era uno dei porti ampliati in seguito alle leggi sul lavoro obbligatorio.
Sebbene la cittadina fosse piccola e per questo non particolarmente degna di nota, con i suoi tetti d’ardesia nera, le case in solida pietra e i fiori colorati alle finestre strette e piccole incorniciate da blocchi di marmo bianco, essa era in tutto identica ad ogni altra cittadina affacciata sulla costa atlantica; il porto rappresentava l’unica attrazione, richiamava lavoratori da tutta la regione della Calvados. L’ampliamento risaliva al progetto vecchio di una decina d’anni riguardante la riconversione della costa settentrionale francese da agricolo-pastorale a commerciale, tramite l’ asse portante di una quarantina di porti che si snodavano in fila indiana da St-Pol-de-Léon in Bretagna a Calais nel Nor-Pas de Calais.
I porti, ciascuno con i suoi moli abbarbicati lungo le fredde scogliere come lingue di cemento e roccia che mal si stagliavano entro la bellezza selvaggia delle acque, erano stati suddivisi in porti commerciali ed in porti turistici. Le attività, infatti, erano state differenziate: navi da crociera, imbarcazioni di piccolo cabotaggio, yotch di lusso attraccavano in porti dotati di alberghi lussuosi, di catene di ristoranti, casinò, parchi, pub, negozi, centri commerciali. Navi veloci, mercantili, petroliere, pescherecci approdavano nei porti dediti alle attività commerciali. In questi porti lo spettacolo era di tutt’altro tipo. A parte le petroliere, il cui equipaggio era poco raccomandabile, tali scali erano destinati all’incremento delle attività agricole e ittiche, perciò erano crocevia di battelli più o meno piccoli e malandati che portavano da un punto all’altro della costa barili di sidro, la bevanda nazionale alcolica fatta di succo di mela, casse di acquavite, di formaggi e di pesce, specialmente ostriche.
Sylvie e Federic erano scesi in un porto di quest’ultimo tipo, ed ora ne stavano percorrendo la via principale per scovare Le Dauphin de la mer.
Stavano risalendo l’ampia strada tenendosi in disparte, cercando di confondersi con l’andirivieni di persone che occupavano i moli.
L’abbigliamento li aiutava: Sylvie indossava un comunissimo abito scuro, tipico delle donne di quella regione che lavoravano dietro ai bancali delle casse di pesce fresco appena pescato. Spingeva un passeggino piccolo, consumato dall’uso, al cui interno Judith stava dormendo serena, protetta da una coperta di cotone leggero.
Federic sembrava un vero e proprio pescatore, col basco per proteggersi dal vento di quelle zone, pantaloni larghi, camicia e giacca di lana logora dall’uso eccessivo.
Nessuno fece loro caso. Si mimetizzarono talmente bene che un omone enorme di carnagione nera da un piroscafo urlò a Federic, mentre questi si era fermato un attimo sotto di esso, intento a frugare con gli occhi il panorama alla ricerca della loro imbarcazione. Evidentemente il capitano, o chi per esso, doveva aver scambiato Federic per uno dei suoi marinai.
“Ehi, tu, passami quel carico, scansafatiche che non sei altro!” gli urlò.
Federic si girò all’istante, teso in volto.
“Dice a me, signore?”
“E a chi, sennò?”. L’uomo nero lo squadrò da cima a fondo come l’avesse aperto e ricucito in un sol momento.
“Guardi che si sbaglia, signore. Io non lavoro per lei”.
“Ah sì? E sai che me ne importa? Datti una mossa sennò ti chiudo in cabina a marcire col mio pesce… saluta tua moglie, falla finita e salta a bordo!”.
“Signore, le ripeto che non è come crede lei, non posso aiutarla…”.
“Conto fino a tre altrimenti ti arpiono con la mia fiocina e ti spedisco sottocoperta a medicarti le ferite” lo zittì.
Federic guardò terrorizzato Sylvie. Sapeva che le cose al porto erano difficili e ci voleva prudenza, ma non pensava di essersi imbattuto proprio in uno di quei disgraziati che più che da capitani si comportavano da pirati, e che per risparmiare sul personale di bordo intimavano a chi si trovava a tiro di lavorare per loro, pena una brutta fine. Quello era uno di quei casi in cui la polizia non interveniva quasi mai, perciò era gioco forza di questi cerberi imbrogliare i disgraziati malcapitati nelle loro grinfie.
Federic sperò che portando un po’ di casse di pesce a bordo del piroscafo, il capitano poi lo lasciasse andare. Allora provò a stare al gioco:
“Oggi mi sento di farti il favore, ma appena ho finito devo proseguire la strada con loro” ed indicò Sylvie e sua figlia.
“Muoviti!” fu l’unica cosa che si sentì rispondere dall’alto.
A Sylvie non rimase che aspettare, mentre Federic si univa ad altri tre garzoni che trascinavano su per l’imbarcazione casse di viveri e di materiale vario.
Sylvie alzò gli occhi nervosi all’orizzonte: il giorno era cominciato con un vento freddo e grinzoso, il cielo una cappa plumbea indefinita, come se durante il giorno, prima o poi, sarebbe dovuto piovere. Si aggiustò il lembo della giacca che indossava sopra l’abito e aspettò impaziente. Teneva bene gli occhi fissi su Federic, che in quel momento rappresentava tutto l’aiuto di cui poteva disporre, e cercava di non pensare troppo al freddo che le faceva battere i denti. Stare ferma le costava uno sforzo enorme.
Federic, da parte sua, cercava di lavorare sodo per terminare il lavoro in fretta. Scambiò poche parole di saluto con gli altri ragazzi, tutti giovanissimi. Dalle occhiate che si scambiarono quelli gli fecero capire che anche loro erano stati assoldati più o meno nello stesso modo. Avevano una faccia stanca e tirata nonostante il giorno fosse appena iniziato.
Una volta sull’imbarcazione Federic notò che si trattava di un peschereccio camuffato. A tribordo partivano alti pali con agganciate delle reti da pesca, ma Federìc ebbe l’impressione che fossero lì solo per sviare l’attenzione. Enormi casse strane erano già accostate le une sulle altre in poppa, coperte da spessi teloni cerati. L’omone africano si muoveva su e giù per lo scafo, controllando che tutto fosse a posto. Sembrava che stesse seguendo un rituale che conosceva lui solo.
Guardando meglio le casse gli balenò nella mente che potesse trattarsi di materiale di contrabbando… o di rifiuti… ispezionò meglio, sì, le fattezze delle casse coincidevano, e le scritte su di esse le conosceva… allora l’aveva trovata! Si trovava a bordo de LeDauphin de la mer!
Scivolò senza dare nell’occhio al lato del battello, e sporgendo la testa di sotto gettò un’occhiata veloce al nome dell’imbarcazione: Le Dauphin!
Si volse perciò al comandante:
“Comandante, credo proprio che continuerò a tenerle compagnia anche durante il viaggio” esclamò.
“Ah sì, e cosa te lo fa credere bamboccio?”
“Perché ho una lettera d’imbarco per lei”. E gliela consegnò.
Il comandante l’aprì e la scorse velocemente, l’espressione della sua faccia un muro di pietra.
“Benvenuto a bordo de Le Dauphin, giovanotto. Chiama su la tua amica perché sto per levare l’ancora” gli rispose poi guardandolo dritto negli occhi. Federic sentì che quella bestia di capitano puzzava di un odore simile alla verdura andata a male, e aveva due grossi cerchi sotto gli occhi.
Federic si precipitò giù da Sylvie per comunicarle la notizia. Lei si commosse e abbracciò il suo compagno di viaggio. Adesso era visibilmente rinfrancata.
Entrambi salirono a bordo. Sylvie spingendo il passeggino e ringraziando Dio di avercela fatta, Federic ripensando al profumo della pelle di Sylvie al momento in cui lei l’aveva abbracciato.
Il comandante gettò uno sguardo carico di impazienza verso la donna e la figlioletta che stava ancora dormendo nel passeggino. I suoi due angeli custodi se ne accorsero, ma il comandante con fare altezzoso impose loro che la bambina non si mettesse a frignare, sennò l’avrebbe relegata sottocoperta, nell’angolo più buio e fondo della stiva.
Sylvie si sentì male dal gelo con cui vennero dette quelle parole, le parvero di una disumanità crudele. Federìc osò controbattere che nemmeno le bestie trattano così male i loro cuccioli, ma il comandante lo degnò di uno sguardo sprezzante e fece dietrofront verso la sua posizione di controllo.
Caricate a bordo le ultime casse, il comandante ordinò di salpare. Dei tre ragazzi che avevano issato le casse a bordo, uno aveva deciso di andarsene, ricevuta la sua magra paga, mentre due erano rimasti sull’imbarcazione; ora uno stava levando gli ultimi ormeggi manuali e l’altro era sceso sottocoperta per controllare la potenza dei motori con un dispositivo che gli aveva affidato il comandante. Quest’ultimo si era rinchiuso nella sala dei pannelli di controllo per inserire nel computer di bordo della nave le coordinate della navigazione automatica attorno alla penisola di Cotentin.
Ad un certo punto si levò un fischio acuto dagli autoparlanti disposti sopra la cabina di pilotaggio, simile al suono di un corno. La nave cominciò a muoversi, prima lentamente, poi fendendo l’acqua con sempre maggior forza.
Sylvie, in piedi a babordo, si resse saldamente al parapetto quando la nave si scosse.
“Un altro momento del viaggio inizia” pensò, gravata da un peso nel petto. “Dio dei cristiani, Dio che forse solo ora ti sto scoprendo, se hai pietà di me, di mia figlia e di questo amico che ci accompagna, fa, ti prego, che arriviamo a destinazione sani e salvi”.
Scrutò l’orizzonte lontano fin dove riusciva a spingere l’occhio: il mare era agitato da bruschi colpi di vento gelido, le onde s’increspavano alte rilasciando la loro spuma biancastra che il vento scomponeva quasi subito.
Il cielo pareva essersi abbassato indefinitamente, talmente era diventato una cappa fitta di nembi; pesava su di loro come un macigno plumbeo, opaco e minaccioso.
Avvicinò ancora di più a se il passeggino e coprì meglio che potè Judith che si stava agitando nel sonno. Doveva aver percepito che si erano mossi.
“Dovreste andare sottocoperta voi due” le disse gentilmente Federìc. “Là è più sicuro, c’è meno freddo”.
Lei abbassò il capo imbarazzata. “Non te l’ho detto prima per paura che m’impedissi di salire” cominciò a dire, “soffro di mal di mare… mi fa meglio stare all’aria aperta. In cabina mi sento soffocare, e la nausea mi dà alla testa”.
Federìc le si avvicinò e la guardò con tutta la tenerezza che sentiva ardergli dentro.
“Dovevi dirmelo. Tra l’altro il tempo è incerto, sembra stia preparandosi una tempesta”.
Sylvie lo guardò spaventata.
“Una tempesta? Ce la faremo a non lasciarci sbattere e travolgere dalla furia delle onde?”.
Federìc le sorrise per rassicurarla. “Ma certo, stai sicura. Questa è una nave predisposta per traversate in questo lembo di costa sferzata dai venti e dal mare infido della Manica, è stata progettata e costruita secondo tutte le precauzioni. E’ forte e robusta, ha una chiglia profonda in acciaio, ha motori potenti pensati per resistere alle bufere che si scatenano in questo tratto di mare”.
“Ma è pesante, siamo a pieno carico. Non sarebbe meglio se fossimo più leggeri?”.
“Il comandante sa quello che fa. E poi la nave è una nave di ultima generazione, ha la guida automatica generata da un computer di navigazione che mette insieme i dati di rotta con quelli che gli vengono dalla composizione delle correnti del mare e dall’analisi dei venti, misurati ad intervalli regolari. Siamo al sicuro qui”.
“Sarà…” replicò. Era chiaro che lo strenuo incoraggiamento di Federìc non era bastato a convincerla.
“Vuoi che vada io sottocoperta con Judith? Qui sopra potrebbe ammalarsi con tutto questo vento e col freddo che fa”.
“Va bene. Vai avanti tu, io ti raggiungo tra pochi minuti. Voglio contemplare ancora una volta questo paesaggio pauroso e spettacolare”.
Ma proprio in quell’istante Judith si svegliò, facendo trillare la sua bella vocina acuta e scuotendo le braccine in segno di protesta. Aveva molta fame e, come tutti i neonati della sua età, pretendeva la colazione a base di latte materno.
Federìc la spronò per l’ultima volta: “Se l’allatti qui, si prenderà un accidente. Stai attenta Sylvie!”.
Lei si stupì dell’intensità con cui lui le aveva parlato, ma gli disse che non se la sentiva di andare giù. Voleva restare lì ancora un altro po’.
Federìc alzò le spalle in segno di resa, scuotendo sconsolato un braccio si voltò per andarsene, mentre Sylvie stava attaccando Judith al seno. La piccina cominciò a succhiare il latte con avidità.
Rimase così un quarto d’ora. Poi lei lo richiamò per consegnargli la figlia.
Dopo che lui si fu allontanato spingendo il passeggino con le braccine di Judith che protestavano perché non voleva allontanarsi dalla madre, lei rimase ferma a contemplare l’immensità dello scenario che si spalancava davanti al suo sguardo.
Il mare stava assumendo una tonalità grigio-violacea, era inquieto e poco rassicurante.
La costa dolce, dalle vaste spiagge sabbiose della regione del Calvados, stava scomparendo per lasciar posto alle falesie più o meno alte della penisola di Cotentin.
Sylvie si ricordò che una volta che suo marito l’aveva portata in gita alle bianche falesie di Fecamp ed Etretat, dove aveva ammirato lo scenario spettacolare ed impressionante delle scogliere bianchissime, d’alabastro, con i loro tipici archi e pinnacoli erosi dal vento e dalle maree. Era stato allora che aveva imparato a conoscere abbastanza bene la costa normanna; si faceva bassa e sabbiosa nella regione del Calvados, dove affluivano pure i fiumi Orne, Seine e l’Eure, e tornava ad ergersi nella possenza della sua roccia millenaria sul protendersi della penisola di Cotentin, dove l’acqua della Manica sferzava la roccia impavida con inaudita violenza. L’enorme golfo di Saint Malò, vicino al quale si trovava anche Saint Michel, era come un’oasi di pace in mezzo a quei muraglioni di costa: lì tornava a regnare la battigia sabbiosa, ultima lingua di terra che si estendeva fin dentro il mare a partire dalla brughiera e dai dolci pendii nell’entroterra; era spazzata dalle maree più potenti d’Europa, anche 13 metri di dislivello tra una marea e l’altra.
Sylvie si stupì che proprio in quel momento le fosse sovvenuto un ricordo di suo marito. Che il destino la stesse avvisando che si stavano avvicinando a lui?
Scoprì che i battiti del suo cuore acelleravano mentre pensava a lui, e si sentì felice per questo.
Provava nel cuore un moto incessante di emozioni: paura per come sarebbero stati trattati dal comandante, speranza perché il viaggio – nonostante tutto – stava proseguendo.
A mezzogiorno si ritrovarono tutti sottocoperta per un pranzo frugale a base di pane, formaggio e pesce fresco. Gli uomini sorseggiarono del sidro offerto dal comandante, mentre Sylvie preparò un caffè forte per tutti. Su idea del comandante avevano preso una grossa cesta per la legna, l’avevano fasciata con delle coperte e ci avevano steso Judith che dopo la seconda poppata di quel giorno si era lasciata stendere facilmente ed ora li stava osservando tutti con i suoi occhietti vispi e le manine cicciottelle in perpetua agitazione.
Sylvie all’inizio aveva protestato, ma visto che a sua figlia non dispiaceva la nuova sistemazione, si arrese e tornò a conversare con gli altri.
Il comandante non prendeva parte alla conversazione, se ne stava in disparte meditabondo.
Gli altri tre uomini discutevano di cosa avrebbero fatto una volta a terra.
Passò così anche il pomeriggio.
Calava già la luce del sole e le nubi sembravano aver messo le ali talmente correvano via, spinte dal vento, quando la nave circumnavigò il punto più a nord della penisola; passò La Hague ed il piccolo porto di Goury, proseguendo verso sud. Dai boccaporti cominciava a spuntare il paesaggio bretone, con la visione selvaggia delle sue coste, dai tratti superbi ed inalterati.
Bellezza, grandiosità, onnipossenza: sembrava che la natura avesse giocato a superare se stessa. Per se o per l’uomo? Si chiese Sylvie.
Sul far della sera successe qualcosa. Un repentino cambiamento.
Nel giro di pochi minuti la nave piombò in un silenzio irreale. Il comandante sparì nella cabina di comando, i due mozzi filarono sottocoperta con una sfilza di istruzioni da compiere. Federìc e Sylvie avevano ricevuto ordine tassativo di non mettere la testa fuori per nessun motivo.
Dai finestrini ad oblò si vedeva pochissimo: la sera aveva steso il suo nero manto di velluto su ogni cosa, il mare era una distesa piatta e scura che si confondeva col cielo nero pure quello.
Le nubi coprivano le stelle, l’oscurità faceva paura.
Federìc accese la tv satellitare sul canale meteo, e subito tutto fu chiaro: era dichiarata imminente una tempesta sul Canale della Manica. Si consigliava a tutte le navi in circolazione nella zona di stare all’erta e, caso mai, di iniziare la procedura di attracco stabilita per casi simili, in accordo con le capitanerie di porto più vicina.
“Attraccheremo anche noi?” s’informò Sylvie preoccupata.
“Temo di no, anche se nutro sempre la flebile speranza che il comandante non sia così sciagurato come immagino”.
“E perchè mai non dovrebbe attraccare al porto più vicino?” insistè.
Dopo due giorni interi trascorsi prima sul battello a risalire l’Orne, ed ora in nave a seguire la costa normanna in direzione della Bretagna, con una bimba a carico e senza alcuna garanzia di riuscita in quanto si era prefissata, con la paura che in qualunque momento qualcosa andasse storto, Sylvie era al limite della tensione. Un altro colpo infertole al suo delicato equilibrio emotivo, e avrebbe dato in escandescenza.
Federìc si chiese se lei fosse il tipo da scoppi di collera isterica o il tipo da depressione e silenzi.
Nella stiva erano loro due soli, eccetto Judith che stava giocando con un rocchetto di spago grosso nella cesta ideata per lei dal comandante.
Quando le onde cominciarono a sballottare la nave e la lampada appesa al soffitto iniziò il suo tango vorticoso, Judith iniziò a piangere.
Entrambi si precipitarono da lei, e il verdetto fece diventare pallida la madre:
“Ha la febbre” escalmò stupito il giovane.
“Come è possibile?”
“Ricordi stamattina… ti avevo avvisata” la rimproverò serio. “Ma potrebbe essere stato l’intero viaggio… La piccola è debole, è sempre stata all’aria aperta e questo non va bene per un neonato. Dovresti saperlo”.
Sylvie lo guardò arrabbiata per quel che le aveva detto.
“E con questo?” replicò lui secco. Era la prima volta che bisticciavano. “E’ vero, non ho figli, ma non ci vuole una laurea per capire che portarsela dietro in un viaggio simile si sarebbe ammalata… o sbaglio dottoressa?”.
Lei lo fulminò con lo sguardo. “E cosa avrei dovuto fare secondo te, allora? Lasciarvela a voi, laggiù? Quando mai avrei potuto rivederla? Se mi fosse capitato qualcosa e non avessi più potuto tornare a riprendermela, non me lo sarei mai perdonato!” rispose rabbiosa come un animale ferito.
“Perchè se ti succedesse qualcosa ora, mentre lei è qui con te, te lo potresti perdonare? Scusa tanto, ma mi spieghi che differenza c’è?!” gridò lui esasperato.
“C’è che almeno saremo accomunate insieme dallo stesso destino!” urlò disperata, rendendosi conto dell’assurdità di quello che stava dicendo.
Aggrappandosi al mobilio della stiva, Federìc si alzò e si fece largo verso la parete più lontana dove era appeso un armadietto dei medicinali.
“Ti cerco del paracetamolo. Speriamo sia solo una infiammazione passeggera” disse secco.
Sylvie cominciava a spazientirsi, si mangiava le unghie in preda ad una crisi nervosa; prese a singhizzare.
“Cos’altro potevo fare, dimmelo! Dim-me-lo!”.
Lui si voltò, e guardandola fisso negli occhi: “Dovevi lasciarla alla comunità. Ci saremmo presi cura di lei con tutte le nostre forze migliori. Credi di essere l’unica a saper allevare un figlio? Credi di avere l’esclusiva?”.
“Ma sono io la madre!”.
“Tu sei colei che l’ha partorita. Ma non potresti niente da te sola. Niente”.
“Che vuoi dire?”.
“Quello che ho detto. Che un figlio non è proprietà privata di chi lo partorisce. Tu hai la custodia in terra, questo sì. Ma dimentichi che Dio l’ha generato con voi due, con te e con tuo marito. Eravate in tre in quel momento”.
Lei l’ascoltò con tutta l’attenzione che aveva nel corpo e nello spirito. Gli credette.
Abbassò il capo a riflettere, in silenzio.
Teneva Judith stretta tra le braccia, e la cullava dolcemente.
Strano, perché attorno a lei ben altro rollio si era scatenato.
La nave veniva sballottata in maniera impressionante, si percepiva la furia del vento sbattere contro gli oblò e contro le pareti stesse dell’imbarcazione che vibrava come una foglia, per quanto fosse moderna e sicura.
Dentro la stiva gli oggetti avevano preso a rollare da una parte all’altra delle pareti, pareva che le onde giocassero a dadi con quello che per loro era solo un guscio di noce.
“Ti prego, vai dal capitano a implorare che fermi la nave al porto più vicino!” supplicò lei rivolta all’amico.
“Cosa credi che mi risponderà? Hai visto quante casse trasporta questa nave? Il comanante non è tipo da farsi spaventare da una tempesta… secondo me abbiamo a che fare con un contrabbandiere…sidro, aquavite, non mi stupirei ci fossero anche casse pregiate di bourboon, wisky e scoch. E poi perché credi che ci abbia fatto salire a bordo? Nessun bravo capitano avrebbe permesso ad una ricercata dalla Guardia Fiscale, con l’aggravante di sottrazione di minore dal Centro Diurno, di salire a bordo!”.
“Come ho fatto a non pensarci prima!” sospirò. “Hai ragione, hai sempre ragione…”.
“Non ti abbattere, vedrai che la tempesta passerà in fretta. Siamo imbarcati sulla nave di un valoroso comandante deciso a giocare il tutto per tutto; si farà forza, vedrai, e guiderà il suo carico di merce prezioso per questo dannato Canale” disse deciso.
Judith iniziò a piangere di nuovo.
“Presto, il paracetamolo” disse Sylvie.
“Quant’è la dose?”.
“Judith pesa una decina di Kili, dovrebbero essere circa 30 gocce”.
“Dove le metto?”.
“Puoi scaldare un po’ d’acqua calda? Là in fondo c’è un tinello con la cucina a gas”.
“Vado”.
Mentre Federìc armeggiava con pentolino e fornello, e Judith non smetteva di piangere, Sylvie sentì nascere dentro di sé una cosa che somigliava alla preghiera. Non l’aveva mai sperimentata prima d’ora, tuttavia la riconosceva. Si lasciò trasportare dal suo cuore.
“Dio di Gesù Cristo, abbi pietà di me, di mia figlia e di quanti sono su questa nave. Ti prego, ti imploro dal più profondo, abbi pietà!”.
Frattanto le si avvicinò l’amico con il biberon di acqua calda zuccherata e la medicina.
Judith faceva fatica a trangugiarla, ma la madre le teneva il biberon infilato in bocca senza possibilità di sputarlo fuori. Alla fine la piccina trangugiò tutto e si rimise calma. La pancia piena doveva contribuire a calmarla un po’.
Un’onda più potente delle altre scaraventò Federìc, che in quel momento non era aggrappato a nulla, in fondo alla stiva. Ruzzolò sul pavimento di assi di legno, si graffiò il viso e delle schegge di legno gli si infilarono nelle braccia scoperte dalle maniche di camicia arrotolate.
Per qualche minuto stette intontito per terra, mentre sentiva una voce chiamarlo da lontano. Poi la voce divenne più chiara; era quella di Sylvie.
“Federìc, Federìc” urlava angosciata.
La voce smise quando lui levò un braccio per farle segno che stava bene e iniziò a tirarsi su. Ma si sentiva tutto indolenzito.
La tv aveva già smesso da un po’ di dare notizie, ed al suo posto un monotono bzbz si diffondeva sottocoperta. D’improvviso si spense, ed un attimo dopo saltò pure la luce elettrica pure.
Judith riprese a piangere.
“Dannazione!” inveì la voce maschile.
Sylvie aveva paura, ma non riusciva a dire una sola parola.
Premeva la figlioletta contro di sé per rincuorarla, nonostante piangesse a dirotto.
“Sylvie, stai ferma dove sei” le urlò.
“S-ssì” si sentì rispondere tra il fragore della tempesta ed il pianto di Judith.
Lui cominciò a risalire la stiva a tentoni, al buio.
“Sylvie, sto arrivando…” farfugliò. “Stai tranquilla… ce la faremo” diceva per placare la paura di entrambi.
“Federìc… ho paura” rispose terrorizzata.
“Non pensarci… non-avere-paura! Fidati di me!” la rassicurò.
“Federìc, ti sento male…” balbettò tremante. “Federìc…”.
“Dio ti prego, salvaci!” pregò lui in cuor suo mentre strisciava per risalire. Gli sembrava di essere un enorme rettile anfibio.
In quel momento uno degli oblò si fracassò con uno squarcio indicibile, che fece tremare ancora di più quei poveri agonizzanti ancora superstiti. Il freddo si fece più acuto e pungente, mentre fiotti d’acqua via via più abbondanti si riversavano dentro dalla falla aperta.
“E adesso come glielo faremo sapere al comandante?” pensò Federìc per prima cosa. Ma non riuscì a pensare a nient’altro perché una improvvisa corrente d’acqua lo afferrò e se lo trascinò via, fuori dall’oblò. Lui annaspò per non affogare, e appena fuori dalla nave riuscì ad aggrapparsi ad un pezzo di legno galleggiante, proveniente chissà da dove.
Tra l’urgagano, il gelo immenso del mare, la pioggia battente ed il vento che gli sferzava in pieno il viso ebbe solo la forza di lottare contro la furia degli elementi, animato dall’inumana speranza di sopravvivere.
Dentro Sylvie si era accorta che qualcosa era accaduto. Chiamò Federìc ma questi non rispose. Sentì l’acqua sfiorarle le caviglie, poi le ginocchia, poi il bacino. Strinse ancora più forte a sé la figlia, e pregò con tutta la forza che aveva in grembo.
“Salvaci Dio onnipotente, salvaci Dio onnipotente…”.
Anche l’oblò accanto a lei si ruppe e, tra le schegge di vetro ed il fragore dei flutti, si sentì aspirare da una corrente d’acqua freddissima verso il buio più buio della notte e dell’oceano. Gli oblò erano sufficentemente grandi perché ci passasse in mezzo senza difficoltà una persona, o un mobile, o un pezzo di legno. Insieme alla donna, che per istinto materno cercava di tenere la bimba con la faccia fuori dal pelo dell’acqua, nonstante questa si divincolasse e piangesse in maniera straziante, uscì fuori nell’acqua anche una chiatta. Era la grande tavola di legno rovesciata. Passò accanto a Sylvie che senza pensarci un secondo la afferrò per una gamba e si trascinò sopra con la figlioletta che teneva al riparo, dentro il cappotto inzuppato fradicio.
La chiatta oscillò sulle onde leggera come una foglia d’albero, per poi infilarsi di sbiego nei tralicci delle enormi reti da pesca della nave. Incredibilmente le reti non si erano ancora spezzate sotto la violenza brutale dell’uragano, il vento e l’acqua le avevano attraversate senza romperle. Così la chiatta stette incastrata entro le reti, e non affondò.
La tempesta, scoppiata a notte fonda, imperversò nel cuore nero della notte.
Spuntavano le prime luci dell’aurora quando la tempesta cominciò a placarsi.
Per prima cosa Sylvie guardò la figlia: non capiva quanta febbre avesse, ma era ancora viva. Poi, alla debole luce del primo giorno, Sylvie scorse un braccio disteso infilato in mezzo alle reti, in un punto che solo poco prima non aveva potuto osservare perché c’era ancora troppo buio. S’allungò carponi sulla tavola di legno, facendo attenzione a non scivolare e a non mettere la tavola in una condizione di equilibrio precario od instabile, e si avvicinò al braccio che spuntava.
Cominciò a batterle forte il cuore quando s’accorse che dietro al braccio spuntava tutto il corpo di Federìc, incastrato anch’esso nelle reti da pesca della nave. Evidentemente la nave, inchinandosi per via della furia delle onde, li aveva fatti uscire dalla parte degli oblò che davano sulle reti da pesca, ed erano rimasti incastrati dentro di esse.
Sylvie cercò di scuoterlo ed animarlo, trascinandolo più su verso la sua imbarcazione di fortuna. Controllò il respiro: era ancora vivo, ma non dava segni di vita. Lo chiamò, gridò, urlò con forza. Allora lui debolmente iniziò ad aprire gli occhi, prima l’uno poi l’altro. Quando mise a fuoco che si trattava di lei, sorrise. Ma chinò subito il capo sentendosi svenire. Aveva troppo freddo.
“Siamo vivi, siamo vivi…” gli gridò Sylvie con il poco fiato che aveva ancora in corpo. “Siamo ancora vivi nonostante la tempesta… è un miracolo! Non puoi cedere adesso Federìc…”.
Ma non sapeva cosa fare. Si guardava intorno, ma non sapeva cosa fare.
Levò lo sguardo in alto e vide il comandante che si sporgeva dalla prua fracassata per ispezionare la nave. Li vide subito. Gridò loro che resistessero, che veniva a prenderli con una scialuppa di salvataggio.
“Incredibile, incredibile, incredibile…” lo sentiva gridare con la sua spessa voce di uomo negro.
Sylvie provò nel cuore un debole moto di gioia, ma ancora non era finita. Non ancora del tutto.
Richiamò Federìc, che di nuovo tentò di sollevare la testa e di guardarla.
“Federìc, ti devo domandare una cosa che riguarda la nostra fede ormai…” gli rivelò a voce alta.
Lui parve comprendere immediatamente, e stese verso di lei la mano. Toccò l’acqua gelida, che si tinse di rosso perché aveva un piccolo taglio sul polso, e con l’acqua così tinta si allungo il più possibile per tracciarle un segno di croce sulla fronte: “Ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” balbettò.
Sylvie gli porse anche la figlia, e lui fece altrettanto. Ma lo sforzo fu troppo grande: appena abbassò il braccio, esanime scivolò nell’acqua senza che lei potesse fare alcunchè per trattenerlo.
Di lì ad un attimo sopraggiunse il comandante con la scialuppa. Ma troppo tardi per lui.
Le trasse in salvo e le avvolse in salvagenti ed in coperte calde.
Sylvie continuava a ripetere istericamente che lì sotto c’era anche Federìc, ma il comandante le intimò che non poteva tuffarsi di sotto. Le avrebbe riportate in salvo e poi sarebbe sceso a controllare di nuovo.
Sylvie lo implorò di cambiare idea, ma quello non si smosse dalla decisione presa. E se mentre lui era di sotto, la barca si fosse capovolta? E se mentre non era ai comandi fosse successo qualcosa e non avessero più potuto risalire a bordo? No, troppo rischiso.
La prudenza in questi casi era l’unica regola sicura. Le avrebbe riportate su, e poi sarebbe tornato a vedere.
Lacrime amare non resistettero dentro gli occhi di Sylvie; cominciarono a sgorgarle fuori dal più profondo del suo animo. Persino Judith aveva ripreso a piangere.